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Il Custoza di Cavalchina, un vino semplice e misterioso, che si concede

Luciano Piona: il vino lo ha trovato e lui ha trovato con intelligenza il vino

Luciano vive e lavora a Sommacampagna nell’azienda agricola di famiglia.
Luciano è ingegnere chimico, è stato skipper, fa il maestro di sci, corre in bicicletta e appena gli è possibile viene a Malcesine.

Luciano definisce Malcesine una cerniera.

A Bardolino mi sento in pianura, a Riva del Garda mi sento in montagna. Malcesine è l’equilibrio fra le due cose.
Io sono un maestro di sci e un velista, a Malcesine posso avere sia l’acqua che la montagna ed è un equilibrio che ho trovato solo qua.

L’azienda Cavalchina e il Custoza

La cantina è stata costruita nel 1948 dal Nonno Luciano che nel 1962 è il primo a scrivere “Custoza” su una bottiglia di vino bianco.

Alla morte del nonno la cantina chiude un paio d’anni e la riapre il papà con un intento di alto posizionamento.
Nel frattempo nel 1972, il Custoza riceve il riconoscimento della DOC.

Luciano arriva in azienda nel 1986.

piona di cavalchina

Quando sono arrivato, la cantina era un’attività collaterale della famiglia, un hobby, facevamo il vino per i regali di Natale. La mia famiglia lavorava nell’industria.

La mia idea era quella di far poco, invece l’alto aspetto artistico e l’espressività di questo lavoro mi hanno conquistato.

Dagli anni 80 a oggi siamo cresciuti: abbiamo 100 ettari di terra e produciamo 700.000 bottiglie di vino l’anno.

Cos’è che ti ha conquistato?

Ho in testa un vino e il piacere di dargli la personalità che merita, di dargli una cultura, di legare la terra a un prodotto, alle forme delle colline.

Il vino nasce dal clima e dal terreno, ma soprattutto dal volere personale di fargli esprimere alcune caratteristiche invece che altre. Il fattore culturale è fondamentale per lo sviluppo di un vino: te lo da la natura ma tu lo interpreti.

Il legame con la terra è molte forte, è importante essere nati dove viene prodotto quel vino.

Sarebbe buono anche un Chianti, se volessi farlo, ma non sarebbe così identificativo, non sarei in grado di dargli quel qualcosa in più. Fare un vino buono e basta non è sufficiente.

Cos’è che fa la differenza?

Un vino per essere espressione deve raccontare qualcosa.
Io faccio Custoza e ti racconto di Custoza con quel vino, non solo di vino bianco.
Ti do qualcosa che vorrei ricordassi.

Il vino più buono è quello che ti ricordi per tanto tempo: è un vino che ha personalità.

Il Cavalchina è semplicità e mistero, è un vino pedagogico, è difficile, ma puoi anche ignorarne la complessità perché è generoso e si concede. Lo puoi bere tranquillamente, è un vino di compagnia, da tavole numerose di amici o da
pranzo familiare.

Ma è anche un vino che ti può offrire pensieri, in senso positivo di profumi, del piacere degli abbinamenti. È un vino ad ampio spettro, che si trova bene con molti alimenti e in molte situazioni, è flessibile, facile, educa alla struttura e alla complessità.

Il nostro è un bevitore educato e senza eccessi.
Il Cavalchina non è un vino degli estremi, ma di equilibrio.

Quali vini producete?

Noi produciamo Custoza, Chiaretto e Bardolino.

Oltre il Custoza Doc produciamo Amedeo, un Custoza Superiore.
Produciamo una sezione di Bordolino Superiore che è il Santa Lucia, sono vini più corposi, complessi e serbevoli, molti buoni e poco capiti.

Il vino che ti soddisfa di più?

Io sono una bianchista.
Amedeo è quello che mi emoziona di più, se ha 4-5 anni mi emoziona ancora di più. È un vino d’occasione da godere.

Il Cavalchina, grazie a una persistente acidità, raggiunge l’apice aromatico nella primavera dell’anno successivo e si mantiene intatto per almeno due anni. Per l’Amedeo l’apice arriva dopo due anni e lo mantiene per altri tre.

Qui interviene molto il lavoro di cantina, una attenzione artigianale per le fecce, la salvaguardia dall’ossidazione, la pigiatura, i polifenoli trasferiti: si tratta di attenzioni antiche fatte con nuovi strumenti.
Nuovi orizzonti possono essere esplorati con le macerazioni lunghe, con l’eliminazione dei solfiti.